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· Last UP: 21/06/2010 13:48
A-Team: la recensione
A-Team: la recensione Creata nel 1982 dalla coppia Frank Lupo-Stephen Cannell, la serie tv A-Team, andata in onda in Italia a partire dal 1984 e composta da 98 episodi, ├¿ stata uno dei capisaldi nella formazione di una generazione. Il lungometraggio diretto e in parte scritto da Joe Carnahan obbedisce agli ultimi dettami di Hollywood, che mirano a un coinvolgimento a 360┬░ del pubblico, conciliando il target della generazione di cui sopra con l'immediatezza dinamica richiesta dal pubblico pi├╣ giovane. ÔÇ£Origin storyÔÇØ con evidenti intenzioni di prototipo per una saga cinematografica, il film dell'A-Team vede formarsi il celebre terzetto di soldati delle Forze Speciali sotto il comando dell'indomito colonnello John ÔÇ£HannibalÔÇØ Smith (Neeson): il dongiovanni Templeton ÔÇ£SberlaÔÇØ Peck (Bradley Cooper), il roccioso P.E. Baracus (il campione d'arti marziali Quinton 'Rampage' Jackson) e il folle Capitano Murdock (lo Sharlto Copley di District 9). Accusati ingiustamente di un furto di matrici confiscate ai ribelli iracheni, cercheranno di scagionarsi con un piano elaboratissimo, che coinvolger├á anche la bella Charisa Sosa (Jessica Biel), ex di Sberla. La prima caratteristica del film, se paragonato al suo materiale d'origine, ├¿ l'eloquentemente diverso trattamento dello humor: se il telefilm alternava azione mai davvero violenta con travestimenti, uso di voci cammuffate e situazioni farsesche, il film ridimensiona l'umorismo, incanalandolo in battute goliardiche da prodotto d'azione medio senza rompere mai un registro che di fondo si prende alquanto sul serio. Si scriveva ÔÇ£eloquentementeÔÇØ, perch├® questa metamorfosi riflette il differente approccio delle due epoche e dei due mezzi (con relativi differenti budget). A-Team non esiste senza un gigioneggiamento, che nel caso specifico non ├¿ un difetto, ma invece di mandare gli attori sopra le righe come si faceva nel telefilm, la macchina cinema delle major sceglie di abbassare i toni delle caratterizzazioni a favore del gigioneggiamento della confezione. Copley non delira come Dwight Schultz (all'epoca quasi un proto-Jim Carrey), mentre Neeson d├á al suo Hannibal una base di credibilit├á lontanissima dalla lunare definizione quasi cabarettistica che Peppard diede del personaggio. In compenso non ci sono freni a montaggio, computer grafica e situazioni estreme, come quella che vede il quartetto precipitare in un carro armato con paracadute. Il punto ├¿ che per├▓ da anni il cinema di genere statunitense ha adottato l'iperbole costante nella messa in scena, che non pu├▓ di certo da sola garantire un carisma personale a un film di questo tipo. Prima che il chiasso prenda fatalmente il sopravvento del film nell'ultima parte, momenti divertenti ce ne sono, ma un dubbio di fondo su questo tipo di operazione permane: il materiale umano attoriale del prototipo ├¿ effettivamente scindibile dai personaggi e dalla scrittura? Se quei quattro personaggi non portassero quei nomi, qualcuno riconoscerebbe in loro i vecchi beniamini? La sensazione che rimane ├¿ ancora una volta quella di aver visto un discreto film d'azione qualsiasi incartato per crisi economica e marketing in un logo vintage.
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